Pensieri sulla consapevolezza: quando smetti di cercare e inizi a essere

Stamattina, mentre bevevo il mio caffè in silenzio, è arrivata una di quelle intuizioni che ti cambiano la prospettiva. Non era una rivelazione trascendentale, niente di epico. Era semplicemente la comprensione che ho passato gran parte della mia vita cercando qualcosa che già possedevo.

Il paradosso della ricerca

Quanti di noi vivono in uno stato perpetuo di “cerca”? Cerchiamo la felicità, il successo, l’illuminazione, l’amore, il senso. Siamo come squali che devono continuamente nuotare per non affogare, ma invece di acqua muoviamo pensieri, speranze, aspettative.

Ecco il paradosso: più cerchi qualcosa, più ti allontani dal possederlo. Perché la ricerca implica una mancanza. Implica che tu non sia completo, che ti manchi qualcosa. E in quel momento, nel semplice atto del cercare, crei la realtà della mancanza.

La consapevolezza come stato, non come meta

La consapevolezza non è una destinazione. Non è qualcosa che ottieni dopo X anni di meditazione o Y libri letti. La consapevolezza è uno stato che puoi scegliere in questo preciso istante, indipendentemente da dove sei, cosa fai, o chi pensi di essere.

È come la luce del sole che è sempre presente, anche quando le nuvole la coprono. Le nuvole non eliminano il sole, semplicemente lo oscurano. Le nostre preoccupazioni, ansie, desideri e paure sono le nuvole. La consapevolezza è il sole.

Un’esperienza personale

Ricordo una volta, qualche anno fa, ero seduto in meditazione seria, concentrato come un laser sulla “ricerca dell’illuminazione”. Venti minuti di sforzo intenso, mente contratta, cercando disperatamente di “essere presente”. Era come cercare di dormire forzandosi: più ci provi, meno ci riesci.

Poi, in un momento di frustrazione totale, ho semplicemente mollato. Ho smesso di cercare. Ho smesso di sforzare. E in quel momento di completo abbandono del progetto, ecco che è arrivata la consapevolezza. Non quella che cercavo, ma quella che era già lì, aspettando solo che smettessi di disturbarla con le mie ricerche.

La lezione del caffè di stamattina

Tornando al mio caffè di stamattina. Ero lì, seduto, con la tazza tra le mani. Non stavo meditando. Non stavo cercando nulla. Ero semplicemente presente. E in quella semplice presenza, senza alcuno sforzo, è arrivata la chiarezza.

Forse è questo il segreto che tutti i maestri cercano di comunicare con mille parole diverse: non c’è nulla da cercare. Tutto ciò che cerchi è già qui, ora, in questo momento. Il problema non è che tu non lo abbia, è che sei troppo occupato a cercarlo per notare che è già presente.

La pratica della non-ricerca

Non sto dicendo di smettere di meditare, di leggere, di esplorare. Queste attività hanno il loro valore. Ma forse possiamo cambiare la prospettiva: invece di meditare per ottenere qualcosa, meditiamo per smettere di cercare. Invece di leggere per accumulare conoscenza, leggiamo per svuotare la mente dalle idee preconcette.

La pratica non è nel fare, ma nel non fare. Nel lasciare andare. Nel permettere. Nell’essere.

Una domanda per te

Ti lascio con una domanda che mi pongo spesso: Se smettessi di cercare chi sono, chi scoprirei di essere?

Non è una domanda retorica. È un invito a sperimentare. Prova, solo per un momento, a smettere di cercare te stesso. Smetti di analizzare, giudicare, confrontare. Smetti di voler migliorare, cambiare, evolvere.

E in quel momento di completo abbandono del progetto di te stesso, guarda cosa rimane. Non per capirlo, non per analizzarlo, non per farne qualcosa. Semplicemente guarda.

Potresti scoprire che l’Esperidio che cercavi era semplicemente lì, nascosto in piena vista, aspettando che smettessi di cercare per permettergli di rivelarsi.


Questi sono i miei pensieri di oggi. Domani potrebbero essere diversi. E questo è perfettamente okay.